Didier Pironi: l’amore rosso (seconda parte)

La prima volta di Didier Pironi in rosso arriva il 15 ottobre del 1980, con una serie di test sulla pista di Fiorano a bordo di una “vecchia” 312T5. 65 giri a meno di un secondo dal miglior tempo.

Quellla prima visita di Pironi rappresento’ un momento importante nella sua storia in Rosso. La testa piena di dubbi, passare da un team comunque in crescita come la Ligier ad un team, prestigioso si, ma che veninva da una serie di campionati a dir poco deludenti, un “patron” molto esigente e soprattutto in ritardo sullo sviluppo del motore turbo, almeno rispetto alla Renualt.

Ma quello che Didier vide a Maranello lo convinse che aveva fatto la scelta giusta. La struttura, la dedizione e la passione di tutti coloro che lavoravano alla Ferrari lo trascino’. Aveva fatto indubbiamente la scelta giusta.

Rimanevano solo due punti interrogativi: il telaio della futura 126C ed un piccoletto canadese che era entrato nel piu’ profondo del cuore di tutti i tifosi della Rossa. 

Didier Pironi e Gilles Villeneuve – Test 1981

Il primo interrogativo vide una risposta praticamente subito. La 126C aveva un gran motore, ma il telaio progettato da Forghieri era tutt’altro che un gioello. Anzi. Molta della stampa dell’epoca paragono’ la guidabilita’ della Ferrari a quella di un carrello di un supermercato. La 126C era una bestia difficile da domare. Instabile, prona a violenti sovrasterzi, si adatto’ meglio alle caratteristiche di guida di Villeneuve, piuttosto che a quella di Pironi. 

Didier Pironi e Gilles Villeneuve – Imola 1981

Intendiamoci. Erano entrambi veloci. Era, come spesso accade, una questione di feeling. Ed i risultati si videro. Pironi, almeno per il 1981, fini’ per fare il gregario. Una lunga serie di ritiri, sia dovuti ad incidenti, come ad esempio in Brasile, o per motivi tecnici (il motore che va in fumo) come a Silverstone. A proposito di incidenti, Monza fu quello che lo spavento’ piu’ di tutti. Durante le qualifiche, usci’ di strada alla Lesmo a 240 km/h. Solo un miracolo lo salvo’. Magro il risultato alla fine del Gran Premio: quinto.

Ma la base della tecnica della Ferrari era buona. Le due vittorie di Villeneuve a Monaco ed in Spagna, come anche il terzo posto di Monza, dimostrarono che almeno da un punto di vista motoristico la Ferrari c’era. Si doveva migliorare il telaio. Alla fine del 1981, il Grande Vecchio dovette’ inchinarsi alle evidenze: aveva bisogno di un progettista migliore e l’unico che poteva garantire dei risultati era un certo Harvey Postlethwaite. Ma si dovette superare la religiosa convinzione di Enzo Ferrari di non volere uno straniero. In quello sembrerebbe che Pironi ebbe un ruolo importante.

Postlethwaite purtroppo non pote’ fare molto per il 1981 e tutte le speranze della Ferrari e di Pironi in particolare, erano ora riservate per il 1982.

Come detto rimaneva l’altro interrogativo. Il famoso piccoletto canadese di cui sopra. Pironi aveva dimostrato che se le cose andavano per il verso giusto, eravamo piu’ o meno allo stesso livello. Ma i numeri, almeno per il 1981, erano chiari. Villeneuve rimaneva il pilota numero 1 a Maranello. Era quello piu’ amato dai tifosi, gia’ un fenomeno in F1, ma soprattutto corteggiatissimo anche dagli altri team con Williams e McLaren in prima fila, con l’obiettivo di portarlo via dalla Ferrari per il 1983.

Ma mentre le voci intorno al futuro di Villeneuve aumentavano, Pironi penso’ bene in una serie di interviste di confermare che lui la sua carriera voleva finirla in Ferrari e che l’obiettivo numero uno era di vincere il Mondiale con la Rossa.

E venne il famigerato 1982. Uno degli anni che nella storia della Ferrari verra’ ricordato come quello che sarebbe potuto essere e non fu, ma soprattutto come un anno tragico.

Parliamoci chiaro, l’anno non era cominciato per niente bene per Pironi e per la Ferrari. Prime tre gare, bottino magro di 1 punto, tra ritiri, uscite di pista e la squalifica di Villeneuve al Gran Premio degli Stati Uniti.

Ddier Pironi – Ferrari 1982

E poi si arrivo’ ad Imola. Quel weekend comincio’ male per tutta la F1. I team inglesi disertarono in massa la corsa per l’ennesimo contenzioso tra la FISA di Balestre e la FOCA di Ecclestone, questa volta a causa della squalifica delle Williams e delle Brabham al Gran Premio del Brasile per la famosa polemica sui serbatoi suppplementari.

Solo 14 vetture si schierarono sulla griglia di partenza ad Imola, con le fortissime Renault di Prost e Arnoux in prima fila e le Ferrari di Villeneuve e di Pironi subito dietro. Si capiva fin da subito che si sarebbe trattato di una faccenda privata tra le Renault e le Ferrari, pero’ nessuno si sarebbe aspettato che alla fine sarebbe stata una faccenda privata tra i due piloti della Rossa.

E cosi’ fu. Entrambe le Renault fuori gioco dopo 45 giri, la folla impazzita. Si prospettava un 1-2 e tutti davano Villeneuve come il sicuro vincitore. Sappiamo tutti come ando’ a finire. Pironi, nelle ultime fasi della corsa, passo’ Villeneuve. Una mossa che prese di sorpresa il leggendario pilota canadese e che diede la prima vittoria in rosso a Pironi.

Si sono scritti fiumi di inchiostro su quello che accadde a Imola quel giorno e non stiamo qui a riprendere la questione. Ognuno ha una sua opinione in materia: la stampa di allora si schiero’quasi tutta con Villeneuve e contro il “traditore” Pironi. In assenza di chiari ordini di scuderia, fu l’istinto assassino dei piloti a prevalere, quell’istinto che ti porta a passare ogni volta che trovi un varco.

Ma la frittata era fatta. Villeneuve urlo’ allo scandalo ed al furto. Fu letteralmente trascinato sul podio e si rifiuto’di fare il giro d’onore con Pironi e Alboreto, arrivato terzo. I giorni che seguirono il Gran Premio furono giorni dove si crearono fazioni, chi era pro Villeneuve e chi (pochi) era a favore di Pironi.

Sta di fatto che, chi passo’ i giorni prima del Gran Premio del Belgio a Zolder con Villeneuve, sa che il pilota canadese era si arrabbiato, ma piu’ arrabbiato nella maniera con cui il management Ferrari aveva gestito la cosa che nei confronti del compagno di scuderia. Gilles aveva solo un obiettivo per il fatidico fine settimana belga: quello di battere Pironi.

Ma fu proprio a Zolder che Villeneuve volo’ via, durante le qualifiche del Gran Premio. Fu una tragedia, una tragedia vera, non solo per la Ferrari e per i suoi tifosi, ma anche per Pironi. Ne parlo’ spesso negli anni post F1, il grande rammarico di non essersi mai chiariti, mai parlati, di non essere stati in grado di ricucire quel rapporto. 

Didier Pironi con il casco di GIlles Villeneuve dopo il tragico incidente di Zolder

Come era da immaginare, dopola morte di Villeneuve, la Ferrari decise di non partecipare al Gran Premio del Belgio. Si torno’ tutti a Maranello, pensando solo alla memoria del grande campione canadese e a chi potesse prendere il suo posto per il resto della stagione.

Alla fine si opto’ per una vecchia conoscenza di Pironi. Quel Patrick Tambay che Pironi aveva incontrato anni prima durante le selezioni Elf e con cui era rimasto in ottimi rapporti, nonostante le sue preferenze personali andassero per il suo vecchio amico Arnoux.

La Ferrari torno’ in pista a Monaco e Pironi riusci’ ad arrivare secondo, nonostante la monoposto si fermo’ ad un giro dalla fine, apparentemente perche’ era finita la benzina.

Prossima tappa Detroit. Pironi arrivo’ terzo ed era, con il piazzamento di Monaco e la vittoria di Imola, nei piani alti della classifica piloti. Bastava un’altra vittoria per rendere l’obiettivo piu’ vicino. Ma prima della gloriosa vittoria olandese un’altra tragedia coinvolse Pironi, questa volta come diretto protagonista.

Qualificatosi in pole position durante il Gran Premio del Canada, pole che dedico’ alla mermoria di Gilles, era ben piazzato per arrivare alla seconda vittoria. Quello che successe alla partenza vide la tragica scomparsa di Riccardo Paletti, giovane promessa del’automobilismo sportivo italiano.

La Ferrari di Pironi si spense prima della partenza, ma troppo tardi per ritardarla. Le monoposto sulla griglia di partenza sfrecciarono veloci e quasi tutti riuscirono ad evitare la Ferrari. Tutti a parte Paletti che con la sua Osella ando’ a sbattere a 180 km/h contro il posteriore della Rossa. Le conseguenze furono disastrose per il pilota italiano. A peggiorare la situazione ci si mise anche il fuoco che abbraccio’ mortalmente l’Osella ferma e che porto’ alla morte del povero Paletti.

Dopo Villeneuve, adesso Paletti. Pironi era sconvolto. Sembrava quasi che ad ogni momento di gloria dovesse esserci un momento tragico. Prima Imola, poi Zolder. Dopo tre ottimi podi, adesso il Canada.

Ma purtroppo, quella che sembro’ essere una costante per Pironi nel 1982, fu confermata dopo la vittoria in Olanda. Pironi era in testa al campionato piloti e si arrivo’ al fatale Gran Premio di Germania, svoltosi ad Hockenheim nell’agosto del 1982.

Didier Pironi – Hockhenhim 1982

Come Gilles volo’ via a Zolder anche Pironi volo’ via ad Hockenheim, in quello che sembrava un destino comune. L’incidente che subi’ Pironi durante le qualifiche, ricorda molto quello che successe al grande canadese qualche mese prima. L’unica differenza era la pioggia, costante, che impedi’ a Pironi di vedere la Renault di Prost, che in quel momento andava stranamente piano. Pironi e la sua Ferrari decollarono e l’impatto fu tremendo. Entrambe le gambe del pilota francese erano spezzate e per qualche momento si penso’ che si dovesse amputare per cercare di salvarlo.

Ancora una volta: Imola, Zolder e poi il Canada. La gloria olandese ed infine la tragedia tedesca.

Da quel momento in poi comincio’ l’odissea di Pironi per guarire e soprattutto per cercare di tornare in Formula 1. L’odissea duro’ diversi mesi. Un percorso fatto di una serie infinta di operazioni alle gambe e di riabilitazione che solo la determinazione del pilota francese riusci’ a superare. 

Didier Pironi in ospedale 1982

Quell’occasione di poter tornare in Formula 1 non si materializzo’ mai piu’. Ci furono degli approcci, soprattutto attraverso la Ligier ma alla fine, nonostante Pironi dimostro’ di poter girare ancora veloce, non se ne fece nulla. Giro’ anche una voce che lo voleva alla McLaren ma che l’idea di Ron Dennis trovo’ la netta opposizione di Prost.

Ma la vita di Pironi continuo’ al di fuori della Formula 1, in quella che era la sua seconda grande passione. I motoscafi ad alta velocita’. Cominciato come un business, con la vendita di barche nel sud della Francia, ben presto porto’ al virus della competizioni a riattivarsi. E non poteva essere altrimenti, considerando il carattere di Pironi.

Ma anche qui, il percorso tragico di Pironi si ripresento’. Il Colibri’, quello il nome della sua barca, andava forte. Aveva dimenticato la Formula 1 ed era solo preso dalle barche e dalla futura nascita dei suoi due gemelli.

Sembrava che finalmente avesse trovato la felicita’, ma come in una tragedia greca, Pironi questa volo’ via con il suo motoscafo il 23 Agosto del 1987 in un incidente che provoco’ anche la morte del giornalista Bernard Giroux e del suo co-pilota Jean-Claude Guenard.

Qualche mese dopo la morte, la fidanzata Catherine Goux, diede alla luce due gemelli, chiamati Didier e Gilles.

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